1913 POLLO ALLA TITTA RUFFO – JARRO –

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Starete pensando “Ùmàma, un’altra vecchia ricetta di Jarro dedicata ad un cantante lirico!…”

In effetti è così. Arriva dall’Almanacco gastronomico del 1913.

Un piatto buono (io AMO l’aglio crudo) e fortemente interessante.

A Jarro, evidentemente, piaceva assai il bel canto e, dopotutto, il suo mestiere di critico musical/teatrale lo portava a frequentare spesso i teatri lirici (e le trattorie a fine spettacolo).

C’è un però.

Titta Ruffo non è stato UN qualsiasi baritono, è stato IL.

Il primo grande baritono italiano, famoso in tutto il mondo. Il più grande. Una voce straordinaria e grande talento interpretativo, dicono gli esperti.

Fu anche un convinto antifascista.

E cognato di Matteotti.

Vi sembra poco!?

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Come al solito non so da dove partire, c’è troppa carne (di pollo) al fuoco.

Ecco! Partiamo dal fatto Titta Ruffo (Pisa, 1877 – Firenze 1954)  è il suo nome d’arte. In realtà, Titta è il cognome e Ruffo uno dei nomi (Cafiero è l’altro).

Visto che non trovavo informazioni esaurienti su questa importante base di partenza, ho chiesto aiuto, via fb, all’Associazione Pisana Amici della Lirica “Titta Ruffo“, che, molto gentilmente, così mi hanno risposto:

Gentile Samanta, cito testualmente dal libretto “Pisanità di Titta Ruffo”, edito da Felici e opera del nostro compianto socio Giampaolo Testi:

“Mio padre da giovane amava la caccia e, nei giorni festivi, andava con una comitiva di amici a cacciare in una riserva di Torre del Lago. Un giorno ebbe in regalo due magnifici cuccioli che furono battezzati dalla comitiva uno col nome di Pelliccione, l’altro col nome di Ruffo. Mio padre allevò il secondo. […]
Disgraziatamente un giorno, durante una partita di caccia, il povero Ruffo, per un fatale errore di uno della comitiva, fu colpito alla testa e, dopo una settimana di sofferenze, morì. Questa perdita afflisse mio padre indicibilmente. Non se ne sapeva dar pace. Mia madre era allora incinta di me e, quando nacqui, mio padre volle battezzarmi col nome del suo fedelissimo cane. Malgrado la viva opposizione della mamma che trovava la cosa ingiusta e assurda, la volontà paterna vinse.”
Sull’atto di nascita c’è aggiunto anche CAFIERO (Il riferimento è a Carlo Cafiero [Barletta, 1846 – Nocera Inferiore, 1892], attivissimo rivoluzionario comunista-anarchico dell’epoca), che la dice lunga su come la pensavano i Titta. 

 

Ruffo Cafiero Titta, in arte Titta Ruffo, pisano e autodidatta, a soli 20 anni debuttò con grande successo al Teatro Costanzi di Roma, in un’opera di Wagner. Osannato ed acclamato, nel giro di pochi anni calcò le scene dei più importanti palcoscenici lirici, dal Metropolitan di New York in giù.

Così lo descriveva il Premio Nobel Eugenio Montale: la sua voce sembrava, ed era, eccezionale per l’ampiezza e la continuità dell’arco sonoro e per l’incredibile estensione, e in questo senso si poterono leggere, su di lui, referti medici che misurarono le sue corde vocali, i “seni” della sua vasta fronte, e tutti i risonatori della sua “maschera”.

Io non me ne intendo molto di lirica, ascolto i passaggi fondamentali, i brani più popolari, godendone, di solito, con un bicchiere di bianco fresco in mano. Non credo di essere in grado di spiegarvi al meglio ciò che Titta Ruffo rappresentò per l’Italia e il mondo dell’opera, in quello scorcio di primo ‘900. O quale porta del paradiso dei melomani si possa aprire mentre lo si ascolta cantare nel ruolo che più gli si addiceva: il Rigoletto di Verdi.

 

In mio aiuto accorre il web, per la precisione il sito Operalibera.net:

La sua fama viene conquistata progressivamente grazie soprattutto alla potenza del timbro, ma anche all’estensione, tanto da essere in grado di reggere diciassette note, incluso il do da tenore. Ma è forse Rigoletto la sua interpretazione di maggiore spessore e non è un caso la citazione fatta in precedenza; in effetti, ho avuto la fortuna di ascoltare una registrazione originale, rimanendo incantato per la voce inconfondibile, il fraseggio ben scandito, gli accenti scuri e quasi bronzei.

Tra l’altro, insieme a Enrico Caruso e al bassi Fedor Chaliapin (nella foto) riusciva a formare un trio di primissimo livello. Titta Ruffo è stato tutto questo e sono le sue memorie autobiografiche, datate 1937 (si tratta de “La mia parabola”) che lo descrivono meglio di chiunque altro: ad esempio, del brindisi dell’Amleto di Thomas ci racconta come questa fosse “una cadenza di una tale briosità cha a sostenerla, s’intende dopo uno studio e un esercizio indefessi, in un solo respiro con un’acrobazia inverosimile si va, oso dire, quasi nel soprannaturale; e l’entusiasmo divenne allora delirio. Prima ancora di terminarla, il pubblico mi interruppe, mi subissò di battimani. Richiesto di bissarla, per rispetto all’autorità del Mancinelli non m’azzardavo senza il suo cenno d’incoraggiamento; ma lui medesimo che, in fondo alla sua anima d’artista, gioiva del mio successo, mi incitò con un energico gesto a ricominciare”.

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Nel 1913, anno in cui Jarro dedicò l’ottima ricetta del pollo agliato al grande cantante (forse i due, entrembi toscani, si conoscevano), Titta era impegnato, proprio con il Rigoletto, a Parma, per il primo centenario della nascita di Giuseppe Verdi, come si può leggere nella locandina qui sotto. Sono certa -me lo sento- che Jarro presenziò a questa importante occasione, magari in veste di inviato per conto di uno dei giornali toscani con i quali collaborava. E chissà che questa ricetta non sia stata ispirata dalle emozioni scaturite dall’ugola tittaruffiana… così particolare, colorata, intensa, inebriante, a tratti pungente.

 

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Proprio come il pollo in questione.

Uff, la sto tirando troppo lunga, ma ve l’avevo detto che c’era tanto da dire.

La faccio breve.

Tre anni dopo, nel 1916, la sorella Velia sposò Giacomo Matteotti, il deputato socialista rapito e ucciso dai fascisti nel 1924. Titta – socialista, figlio di socialisti e molto amico del cognato- fu profondamente scosso dall’accaduto, tanto da non voler più cantare in Italia, come segno di profondo sdegno e rifiuto verso quello che stava accadendo. Contro Mussolini e il fascismo.

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Un atto politico, la resistenza del silenzio, come spiega magnificamente questo articolo dell’Huffington post che vi invito a leggere.

Nel ’35, Titta si ritirò dalle scene e nel ’37 tornò in Italia per un breve viaggio, durante il quale fu arrestato dai fascisti. Non rimase molto in carcere, grazie alla mobilitazione internazionale di artisti ed intellettuali che spinse il Duce a liberarlo, negandogli però la possibilità di espatriare. Morì nel 1954 a Firenze.

 

LA RICETTA

Cliccate sulla foto e leggetevi il testo della ricetta. Jarro scrisse gli Almanacchi con l’intenzione di divertire il suo pubblico con aneddoti e facezie, e questa ricetta ne è un ottimo esempio.

“Prendete una pollastrina tenera e grassotta (come certe prime donne d’operetta); fatela a pezzi (qui finisce la similitudine)”…

 

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Vi deve piacere l’aglio, non c’è dubbio! A me piace abbestia e ho trovato questo pollo, semplice e fattibile da chiunque, davvero delizioso, succulento, con quel tocco di basilico che non sta mai male. Si potrebbe usare l’olio, a dirla tutta, ma il burro fa la sua porca figura, inutile negarlo.

Una tal pietanza è gradevole e stuzzica l’appetito, per dirla alla Jarro.

 

 

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