1934 SPAGHETTI ALL’AMBROSIANA

SOAGHETTI AMBROSIANA OK COP

 

Ancora un post di archeologia culinaria scritto da amiche-massaie-blogger (o giù di lì). E’ la volta di Dabogirl.

Mi piace molto avere altri punti di vista, altri palati che testano, altre (de)menti che raccontano.

Sembra una cosa semplice, ma non lo è. Presentare Dabogirl prima ancora di aver capito esattamente chi è, mi risulta ostico e complesso. Ci “conosciamo” (via chat di fb) da circa un anno, ma non so nemmeno il suo nome. Dice di sé: “In teoria la sua vera professione è fare la Senior Fuffarol presso Newacme (insomma, è una psicologa e si occupa di marketing e comunicazione, specie nel web 2.0 ma non solo), ma è come il giornalismo per Clark Kent, o la fotografia per Peter Parker… insomma, un’astuta copertura”.

Chiaro, no!? Nzomma.

Parla di sé in terza persona come il mago Otelma, ma che importa! E’ ironica e simpatica, intelligente, viva! … e, sopratutto, ha una grande passione per Ada Boni, cuoca e giornalista, quella del famosissimo  Talismano della felicità, il manuale di cucina dedicato alle spose che si trova ancora oggi in tutte le librerie, pubblicato fin dal 1925.

Ada Boni

Ada_Boni_329_Fotor_Collage

“Tutto nasce, in realtà, dal libro “Il talismano della felicità” che era di mia nonna (purtroppo è rilegato quindi non so di certo l’anno, ma dev’essere dei primi tempi del ventennio). A me piaceva leggerlo per il linguaggio antico, la cucina vetusta e, soprattutto, per il modo in cui questa (Ada) maltrattava le pore lettrici dando loro sostanzialmente delle cretine. Poi via via, cercando altro materiale, mi sono proprio appassionata: attraverso i suoi scritti vedi l’evolversi della cucina italiana, dalle prime ricette, cariche di sugna e frittume, passando per ricette poverissime con 50 grammi di carne a persona imbottita di pane a iosa… fino alle ultime ricette, per me poco interessanti anche perché erano molto “asciutte”, senza commenti e cattiverie”, mi racconta via chat la stessa Dabo.

La ricetta che vi presentiamo è tratta dalla rivista Preziosa, che Ada (Roma, 1881-1973, nata Giaquinto e sposata con Enrico Boni, figlio di ricchi orafi romani, scrittore e scultore di successo) fondò nel 1915 e finì di pubblicare nel 1959. Di piccole dimensioni, costava poco ed era dedicata all’educazione delle signorine della ricca borghesia, con consigli di economia domestica e ricette classiche. Nel ’25, Ada raccolse nel Talismano buona parte delle ricette pubblicate su Preziosa, dando il via ad una vera e propria leggenda per noi massaie. Era un vizio di famiglia quello di scrivere di cucina. Ada era infatti la nipote di Adolfo Giaquinto, cuoco e direttore del Messaggero della Cucinadi cui abbiamo parlato qui. Il resto della sua vita la potete leggere qui.

Questo ragù bianco “all’ambrosiana, fatto di carne di vitello, odori di cucina, scorza di limone, acciuga e poco altro, può farci pensare agli ingredienti del classicissimo Ossobuco alla milanese, che a fine cottura prevede l’aggiunta di una gremolada di prezzemolo, aglio e limone.

Se è buona?! Di più!

 

Samanta

preziosa_copertina_Fotor

preziosa_1_Fotor2

 

Siore e siori, non è che qui si batte la fiacca.

cioè, io sì, sì, eccome, ma qualcun altro no:

oggi vi presento una joint venture con Massaie Moderne: non conoscete questa pagina?
Ma correte, debosciate impreparate!!

Come me, Le Massaie sono cultrici della storia culinaria italiana… ma essendo giusto un filo meno cialtrone di me, oltre che molto più dotate manualmente, non si limitano a leggere (e ridere, come faccio io): quelle cucinano. Cucinano vero.

E infatti, ecco qua: direttamente da Preziosa, la rivista diretta da Ada Boni (alla quale ti potevi abbonare, a patto però di portarle i soldi a casuccia sua), in cui si parlava di tutto e non solo di cucina, anno 1934…

Spaghettini all’Ambrosiana

Volete vedere come vengono?
Ecco qui.

<– andiamo, seguitemi, vestite come Totò e Peppino a Milano–>

P1060851_Fotor_Collage_Fotor

Sembrerebbe quasi impossibile che potessimo ancora darvi una nuova ricetta di pasta asciutta, dopo che, attraverso lunghissimi anni [Ada come Gandalfabbiamo offerto a voi il possibile e… l’impossibile.

[Non che io voglia bullarmi, eh. Quante ricette avrà scritto, Coso, lì, l’Artusi? …ma no, non voglio infierire]

Eppure, ecco quella che potremmo dire “la realtà romanzesca”, e, conseguentemente, ecco la nuova ricettina, assai facile [perché tanto lo so, che siete incapaci] e veramente gustosa.

Per sei persone tritate nella macchinetta [eccole là, le scionchie, che corrono a tritare carne nella minicar del figlio…] duecento grammi di vitello magro [mi raccomando, eh, magro magro] con cinquanta grammi di prosciutto e cinquanta grammi di pancetta di maiale (ventresca) [ce la volevamo perdere? E’ tutto troppo magro, è tutto troppo milanese. Via, ventresca!] 

Mettete in una casseruola una noce di burro con un piccolo trito di cipolla, carota gialla [arancione non va bene], sedano e prezzemolo e quando il burro sarà sciolto aggiungete l’altro trito di carne, prosciutto e pancetta  [come “altro rispetto a cosa”?! Altro rispetto al trito di verdure, no? Tardone!] 

Lasciate rosolare pian piano ogni cosa, ma senza lasciar troppo colorire, aggiungete un cucchiaino di farina, mescolate, e poi bagnate con mezzo bicchiere di vino bianco secco [ora, avvinazzate che non siete altro, non fate che assaggiate tutta la cantina con la scusa di controllare se sia secco o dolce…] 

Lasciate pian piano evaporare il vino e quando la carne incomincerà nuovamente a soffriggere bagnatela con qualche ramaiolo d’acqua bollente. Coprite la casseruola, diminuite il fuoco, e lasciate cuocere pian piano per una ventina di minuti, fino a che cotesto condimento sia piuttosto addensato [lasciate stare che vi ho fatto lo scherzone di metterci acqua appena s’era addensato, venti minuti fa] 

Mettete allora a cuocere dai sei ai settecento grammi di spaghettini [ini ini. Delicati] 

Intanto mettete sul tagliere un bel ciuffo di prezzemolo,  un’acciuga lavata e spinata [carne, prosciutto, ventresca… e alici! Yum!!] una puntina d’aglio e un pezzetto di corteccia di limone [non l’albero, cretine. Il frutto] senza parte bianca, grande press’a poco come uno dei nostri soldi attuali [forza, tutte su Wikipedia a controllare le dimensioni delle monete in uso nel 1934. Controllo col calibro, sah]

Tritate tutto minutamente [è un po’ il leitmotif di questa ricetta, il tritare] e aggiungete questo trito nella casseruola della carne, tenendola sull’angolo del fornello per cinque minuti [cattiva casseruola! Via, nell’angolo! Faccia al muro!] 

Cotti gli spaghetti scolateli e conditeli con la salsa preparata e abbondante parmigiano grattato.  [e basta, via, servite, non mi scocciate con le vostre domande petulanti. Come sarebbe “perché si chiamano ‘all’ambrosiana’?” Ma non è  ovvio?! Si chiamano così perché… perché… uffa, petulanti impiccioni, lasciatemi stare, via, a cucinare!!]

Comunque, secondo me, ‘ste massaie hanno fregato, mica ci sono andate, nella minicar, a tritare la carne.

 

Dabogirl Scinti